Da qui, messere, si domina la valle

« Le pagine dell'amico Fabrizio Monari ci riportano a tratti indietro nel tempo. Non è un passato remoto, come quello che siamo abituati ad incontrare nell'amarcord della civiltà contadina, piuttosto è un passato prossimo, relativamente recente, ma nel contempo distante anni luce dalla chiassosa e frenetica vita di oggi. Ecco quindi le imprese dei ragazzi degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, avventure piccole e grandi ripercorse attraverso gli occhi e i sentimenti di un bambino e poi di un ragazzo che ha vissuto quegli anni e che ha sentito narrare di storie trascorse. 
Chi cercherà di trovare in questi venticinque racconti un che di affabile non troverà però pane per i suoi denti: i ricordi narrati da Monari sono piuttosto un atto di introspezione che richiede al lettore una uguale attività di interpretazione. Solo allora le immagini forti e crude di lavoro, fatica, fame, buio, guerra, potranno essere collocate dentro una traccia comunemente condivisa. La rara abilità di Fabrizio sta nella fusione, a volte impercettibile, tra ricordo e narrazione, tra ricostruzione e sentimento, così che i testi che vengono creati esistono a più livelli; più piani narrativi procedono ora parallelamente, ora incontrandosi, a volte in maniera inaspettata. 
Un altro tratto distintivo di questi racconti è l'eroicità dell'azione: le avventure dei piccoli o le tragiche vicende di quanti vissero alla periferia della grande storia, si riscattano e si elevano a un livello umano più alto e più ampio. Ma la grande storia, lontana da tali vicende, talvolta si affaccia su questo Appennino con il passaggio di 
personalità note, di ieri e di oggi. A volte a tratti veloci, altre volte invece Monari le declina abilmente in situazioni pittoresche o non accadute, anche se verosimili. Vi sono, infine, momenti di sottile ironia in cui la penna scorre liberamente a descrivere un futuro ipotetico nel quale si ricorda e si ricostruisce un irreale passato: questo è forse l'anello che unisce l'abilità dello scrittore all’impianto storico di anni relativamente recenti ma ormai scomparsi. Per noi, che quegli anni li abbiamo vissuti appieno, questi racconti rappresentano un piacevole e nostalgico tuffo in un passato che certo merita di essere ricordato con fierezza. 
Di tutto questo, sono riconoscente all’Amico Fabrizio.» 

Fin qui la presentazione di Daniele Ravaglia, Presidente del Gruppo di Studi Savena Setta Sambro, che ha editato il libro raccogliendo in volume i racconti pubblicati negli anni dall’autore sulla nostra rivista. Voglio tuttavia aggiungere qualcosa di mio e rendo pubblico quanto scrissi in passato a Fabrizio mentre doverosamente li leggevo da condirettore della rivista. Riflessioni che ancora sottoscrivo perché bene riassumono quanto penso non dell’amico e collega Fabrizio, che pure mi è caro, ma dello scrittore Fabrizio Monari e della sua opera.
« Che dire? Sei un grande. Hai conquistato una tua cifra stilistica (oggi dicono così) inconfondibile, segno di indubbio talento. Resta per me un mistero questo tuo rimescolare (compiaciuto?) nella malinconia della vita, questo tuo ossessivo vederti vecchio, che guarda indietro a volere e non voler dimenticare, comunque a comprendere l’incomprensibile. La tua capacità di analizzare i moti anche minimi, i chiaroscuri, i semitoni accorati (metafora presa a prestito dalla musica) dell’anima è di pochi. 

I momenti di poesia li raggiungi comunque quando ti abbandoni all’empatia con la montagna: monti, cielo, nubi, notti che ti parlano e fai parlare. Bravo. Forse un po’ più di misura, di controllo nel tentare di definire in modo esaustivo un inconscio senza fondo gioverebbe alla godibilità del testo. Anche la pagina di Proust, inimitabile maestro di autoanalisi attraverso lo specchio del tempo, alla lunga diventa defatigante. Ma – potrebbe essere la risposta – è il prezzo che richiede un’arte non banale, anzi l’arte sic et sempliciter (banale con arte non ci sta, per la contraddizion che nol consente, perché, per continuare con Dante, solo voi pochi che drizzaste innanzi tempo il collo / al pan de li angeli …metter potete ben per l’alto sale / vostro navigio serbando mio solco / di retro all’acqua che ritorna eguale – ho citato a memoria e avrò certo incluso qualche strafalcione: l’omissis è voluto per non appesantire il messaggio. Scusa la pedanteria letteraria di un anziano amico).» 
Ed ecco quanto scrissi a Fabrizio dopo aver letto – sempre nella severa veste di condirettore – il racconto Veglia sulla torre.
« Ho riletto il tuo ultimo testo (e ogni volta che ti leggo, decido di smettere di scrivere le mie leggerissime nugae, poi la dipendenza pluridecennale sopraffa la meritevole intenzione). Che dirti? Sul piano formale nulla, se non qualche ripasso di lima, così tanto per far vedere che ti ho letto attento. È ancora lo stile, la musica accorata dell’altro tuo racconto storico (quello del dux romano che percorre l’Appennino in Cronache appenniniche): bellissimo ed efficace – un giorno proverò a smontarne lessico e sintassi per comprendere come costruisci quel tono medio-alto, elegiaco (forse è questa la parola) che ti distingue fra tutti. 
Quanto al contenuto, questo tuo racconto non è certo per il volgo (ti credevo, un tempo, colto nelle matematiche...). Pochi dei nostri lettori, anche i più affezionati, potranno seguirti lungo l’ambizioso excursus storico politico e (soprattutto) religioso che proponi con indifferenza fra le righe della narrazione (che al solito è una riflessione, un guardare dentro di sé del protagonista). Specialmente le parti che rimandano a Amalrico da Bene e a Gioacchino da Fiore e ai temi del panteismo e della grazia saranno ostiche per chi non ha anni di molte letture. Tagliare? Ridurre? Sacrificare al gradimento dell’altro il proprio bisogno di dire tutto quel che ditta dentro? O seguire la propria ispirazione?

Al solito raggiungi momenti di poesia, quando ad esempio ti chiedi se i bambini saranno ‘riconsegnati’ (bellissimo) alla primavera, quando descrivi la sorte affamata delle plebi montanare e quando ti meravigli davanti a una natura di neve e gelo, e ai nostri tramonti di porpora. Bella anche la descrizione per metafore ferine (era il modo di parlare nei nostri avi) del Guidi e del Malaspina, e bellissimo il finale indagare dell’abate nella propria anima coi ricordi tentatori del passato che ancora gli ammolliscono il cuore (è la tua corda più sensibile).» 
In questi modi esprimevo a Fabrizio le mie preoccupazioni per una prosa elitaria motivata da trame narrative appena accennate e sottese fra trasognati ricordi e ambigui presagi. Erano preoccupazioni di pavido correttore di bozze. Chi scrive quel che detta dentro, perché non può non scrivere, offre il proprio dettato a chiunque intende seguirlo, sia esso in “picciola” o in navigata barca. Così il nostro.  (a.s.)

Fabrizio Monari, Da qui, messere, si domina la valle, Gruppo di Studi Savena Setta Sambro, 2013, pp.154, € 10,00

copertina libro Monari Da qui messere si domina la valle
Tag_novita: