Da Monghidoro in Turkestan e ritorno

Alla redazione di Savena Setta Sambro giungono – e non poteva essere altrimenti, se si considera che tra le finalità della rivista v’è quella di raccogliere e far cono- scere le testimonianze di un altro tempo e di un’altra cultura – molti scritti autobiografici, spesso già raccolti in volume, che raccontano la storia della gente montanara e che noi doverosamente presentiamo in questa rubrica. In genere narrano la quotidianità contadina, ormai leggibile come melanconica favola, oggi a lieto fine, per i bam- bini della scuola primaria. Vicende di fatiche e sacrifici che si ripetono fatali, quasi l’interpretazione indi- viduale di un immutabile canovaccio esistenziale.

Il libro che presentiamo di seguito, tuttavia, ci ha coinvolto per un di più che lo diversifica dalla favola contadina: il racconto di un anziano montanaro sì, ma che ha fatto la campagna di Russia, che in Russia è rimasto prigioniero per quattro anni e che, come pochis- simi (nel campo di Tambov, in Siberia, su 20.000 prigionieri ne so- pravvissero solo 1.000), è ritornato a Monghidoro, da dove era partito a vent’anni nel 1942. Guido Gamberini, il protagonista, era un alpino come quasi tutti i giovani di leva dell’Appennino, e la tradotta militare che lo portò in Russia lo abbandonò, dopo una decina di giorni di viaggio, nei pressi del Don proprio nella tragica confusione della ritirata. I Russi infatti avevano sfondato il fronte e avevano chiuso i nostri in una sacca che, come racconta Gamberini, risultò fatale per decine di migliaia di soldati italiani fra cui c’ero anch’io. Ed è questo ‘anch’io’che rende drammatico il racconto, quasi incredibile per la sua assurdità.

Esistono molte pubblicazioni sull’argomento, alcune delle quali famose, ma leggere nella loro immediatezza le parole di un semplice montanaro che – 3a elementare la sua scuola e per il resto zappa e vanga a Villa di Mezzo, sul crina- le tosco-emiliano – si trova gettato nelle steppe russe coperte di neve, con 40° gradi sotto zero, frammezzo a disperati forzati a pensare soltanto alla propria sopravvivenza, senza sapere in quale direzione andare, cosa fare e completamen- te abbandonati a loro stessi – e soprattutto, aggiungiamo noi, senza un perché – emoziona e fa riflette- re su come la guerra riduca milioni di uomini a tragiche marionette mosse da criminali che definire pazzi è concedere loro un’indebi- ta assoluzione.

Poi c’è il ricordo altrettanto crudele della marcia verso i campi di prigionia, coi compagni che ti cadono accanto senza poterli soccorrere, le fosse comuni dove i cadaveri vengono gettati a mucchi, i soldati che respingono le pietose madri russe (ritenevo fosse una leggenda) che porgevano cibo e, dinanzi agli occhi, un orizzonte di neve senza fine.

Nel volumetto – poco più di cento pagine con foto in bianco e nero – c’è necessariamente dell’altro: l’infanzia e l’adolescenza contadina, l’esperienza dell’emigra- zione all’estero per guadagnare il necessario a farsi una famiglia, e infine la serena pensione e gli anni dedicati al Coro di Scaricalasino (il nostro è sempre stato un canterino di vaglia) e alle attività di volontariato del Gruppo Alpini di Monghidoro. Tuttavia il cuore del racconto sono i capitoli dedicati alla ritirata e alla prigionia – segnalo anche le pagina del ritorno a casa, con la sorella che di sulla porta gli chiede cosa desiderasse, e lui: “Ma a son tó fradèl! Ma sono tuo fratello!”

La scrittura è asciutta, essenziale, un discorrere caldo, con simpa- tiche inframissioni di parlato dialettale. Sarà certo intervenuta una mano ‘dotta’ a ripulire il testo da inevitabili compromessi gramma- ticali e sintattici con la lingua della quotidianità montanara. Certo una traduzione ‘elegante’. Comunque una lettura gradevole, senza enfasi letterarie, ma coinvolgente. (Adriano Simoncini)

Guido Gamberini, Da Monghidoro in Turkestan e ritorno, Comune di Monghidoro, 2011, pp.105.

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